La Rotta verso Sud
Quando ho lasciato Livorno, mettendo la prua verso sud, la rotta era definita ormai da qualche giorno.
Avevo consultato le carte e mi ero studiato i portolani, sia della penisola che di Sicilia e Sardegna, per decidere quale fosse il percorso migliore, con le relative tappe.
Ad una prima occhiata della mappa sembrava ovvio scendere lungo l’Italia, arrivare allo Stretto di Messina, da lì scivolare nell’imbuto fino a Capo Passero, scapolarlo, e risalire un po’, seguendo la costa fino ad arrivare nell’ accogliente marina di Scoglitti. Sembrava ovvio, ma l’ovvio non è sempre la migliore soluzione.
La rotta Livorno-Elba, per poi lanciarmi dritto su Messina non volevo prenderla in considerazione: farmi giorni di altura in solitaria, con un meteo poco prevedibile, non mi sembrava una buona idea. Mi piace navigare di notte, ma quando la stanchezza prende il sopravvento, preferisco l’Oceano coi suoi infiniti spazi e le sue previsioni stabili, che la suscettibilità del Mar Tirreno, specialmente in questa “stagione di mezzo” che ancora si capisce poco.
L’alternativa era senza dubbio molto allettante: puntare sulla Corsica e cominciare a scendere, per poi seguire tutto il profilo Est della Sardegna fino a Villasimius. Da lì, con un balzo di circa 160Nm (un paio di giorni d’altura), puntare su Marsala o le Egadi per giungere in terra sicula. La costa Sud-Occidentale siciliana mi avrebbe accompagnato per l’ultima tratta, dandomi un assaggio delle sue meraviglie tutte da scoprire.
La distanza in miglia nautiche era praticamente uguale, oltretutto così mi sarei evitato lo Stretto, che qualche volta può essere davvero impegnativo. Oddio, le Bocche di Bonifacio non sono proprio una passeggiata, con un Maestrale vigoroso, ma prima di arrivarci ci sono molti punti dove proteggersi, in attesa delle condizioni favorevoli. Nell’altro caso sarei stato obbligato ad uno scalo a Tropea, l’unico porto praticabile prima dello Stretto; rimaneva però l’incognita della corrente, del traffico e dei famosi Scilla e Cariddi a darmi il benvenuto. Forse due giorni di mare per attraversare il Canale di Sardegna non erano una scelta troppo insensata. Decisi così.
La rotta “di massima”, per avere modo di fare miglia e soste di riposo, prevedeva: Livorno-Fetovaia, Fetovaia-Pinarellu, Pinarellu-San Teodoro, San Teodoro-Cala Gonone, Cala Gonone-Villasimius, Villasimius-Marsala, Marsala-Sciacca, Sciacca-Scoglitti. Come sa bene chi va per mare, una cosa è programmare, un’altra è riuscire a rispettare tutto nei minimi dettagli. In caso di imprevisti o necessità, lungo tutto il percorso avevo quindi studiato un piano B e un piano “a sentimento”. Di solito alla fine seguo sempre quest’ultimo, volente o nolente.
Giovedì 28 maggio 2026, ore 06.35: mollo gli ormeggi.
Dopo un’ora di slalom tra immobili pachidermi alla fonda ancora avvolti dal sonno, riesco a mettermi in rotta: 191°, alla via così.
Accompagnato da un bel sole caldo in un cielo limpido, era decisamente una piacevole giornata, con un venticello leggero di poppa che faceva molleggiare la randa e il genoa, dando comunque una mano a Ben (il motore) nel suo lavoro: a 1600 rpm ci spingeva sui 5,5 con punte fino a 6 nodi.
Un’onda con intervalli regolari, ben distesa, di mezzo metro circa, ci seguiva al giardinetto, accarezzando lo scafo ad ogni abbattuta, e incrociando la scia che Jennifer si lasciava dietro come un filo d’Arianna a tenerla ancora alla costa livornese, prima di fondersi nuovamente al mare.
Era davvero un buon inizio. Se queste erano le premesse, forse avrei potuto rispettare i tempi previsti: sette giorni di viaggio.
Forse, appunto.
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