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Imprevisti

Giovedì 28 maggio 2026, ore 08.15

Come buona regola, ogni due ore di moto effettuo sempre un check del motore, degli impianti e dei sistemi di bordo.

La giornata scivolava serena come Jennifer sull’acqua, il mare era un lenzuolo azzurro che si stendeva fino all’orizzonte, la mente libera di prendere il volo e Ben (il motore) canticchiava allegro al suo tranquillo passo rilassato. “Fosse così per le prossime 550 miglia, ci farei firma e controfirma” pensai riempiendomi i polmoni di iodio e serenità.

Sottocoperta tutto era ben sistemato, le cose mobili erano state fissate meticolosamente prima di partire, in caso il vento avesse preso consistenza e J si fosse voluta appoggiare un po’ sul fianco.

Motore ok, livelli ok, cinghie ok. Prese a mare ok, pompe ok, serbatoi e filtri ok. Sistemi ok, batterie 12,2v.

Picchiettai con le dita sul voltmetro e riprovai: batteria motore 12,2v, batterie servizi 12,2v, batteria windlass 12,2. No, c’ era qualcosa che non andava..

Aprii nuovamente il vano motore e mi misi a cavalcioni sull’alternatore per controllare cinghia e contatti, stando ben attento a dove mettere ogni parte del corpo esposta. Avevo un bel ricordo di 8 punti di sutura sul piede destro, lasciatomi da Ben la scorsa estate, a mo’ di avviso che in quella zona buia è lui a comandare. Non volevo finire con un altro ammonimento inciso nella carne, non all’inizio di un viaggio, e soprattutto non in mezzo al mare. Ben è un tipo tranquillo, ma talvolta troppo suscettibile.

La cinghia era ben tesa, non slittava, e i contatti sembravano tutti ben fissati. Spruzzai un po’ di pulitore nei punti critici, per eliminare eventuale ossido nascosto, li toccai un po’ e tornai al pannello elettrico per ricontrollare: 12,2v. Decisamente l’alternatore non stava facendo il suo lavoro.

Purtroppo le mie competenze in materia erano giunte ad un vicolo cieco, presi il telefono (avevo ancora una buona copertura) e provai a chiamare un amico esperto.

La telefonata non risolse il problema ma fugò ogni dubbio (o meglio ogni speranza) di poter risolvere in mezzo al mare: dovevo fermarmi in porto, cercare un meccanico e far controllare.

Chiamai l’amico Riccardo, elbano di adozione, e chiesi a lui un affidabile contatto in zona per quando sarei arrivato a tiro di costa. Cambio di programma: misi la prua su Marciana Marina e iniziai a riflettere.

Ci sono variabili che sfuggono a ogni controllo, soprattutto quando si parla di barche. Se poi all’imponderabile aggiungiamo il fattore anagrafico, una signora del mare che ha passato la trentina può essere decisamente più soggetta ai fisiologici acciacchi della vita in mare. Anche quando hai controllato tutto, non puoi aver controllato tutto. Chi ha una barca se ne faccia una ragione.

Il mio arrivo a Marciana Marina era stato preannunciato da una telefonata al proprietario del cantiere, che si rese subito molto disponibile grazie al provvidenziale intervento del nostro comune amico. Avevo spinto J oltre i 6 nodi per arrivare prima possibile, ma purtroppo l’intervento era stato programmato per la mattina successiva. Trascorsi la notte in rada, pronto per accostare alle 09.00 del giorno dopo.

L’alba illuminava il porto affacciandosi da sopra gli alberi che circondano Marciana. Erano le 07.00 e faceva già caldo. Le poche barche che mi avevano fatto compagnia la notte erano ancora lì, che dondolavano addormentate.

Il silenzio si distendeva sull’acqua con i raggi del primo sole. Il profumo del caffè si allargava in ampi sbuffi dalla cucina e prendeva la strada del pozzetto, affacciandosi a darmi il buongiorno mentre facevo colazione.

Mi rollai la prima sigaretta, l’accesi e la fumai distrattamente, con la mente già verso il programma incerto di quel secondo giorno di viaggio. Alle 08.45 avviai il motore, salpai l’ancora e mi diressi verso la banchina del cantiere.

La prua di Jennifer apriva l’acqua come un’enorme forbice su di una tela stesa: davanti una massa d’acqua immobile, dietro solo leggere increspature che si allargavano verso i bordi del canale.

Ben borbottava ancora un po’ assonnato, e la sua voce bassa e profonda si diffondeva tra le barche ancora appisolate. Partire quando tutto era ancora addormentato mi dava una sensazione di benessere pieno, di serenità, di energia che cresceva metro dopo metro, minuto dopo minuto.

Sono sempre stato un dormiglione, con la notte che mi si aggrappava alle palpebre fino a metà mattina, ma vivere in mare mi ha fatto scoprire la magia dell’alba, quella sensazione di risveglio alla vita che mi resta difficile spiegare. Adesso, ogni mattina è un quotidiano rito di rinascita.

Il silenzio era aperto solo dalla voce di Ben, e di qualche gabbiano di vedetta. Puntai l’ormeggio e accostai, lentamente.

Jennifer si fermò parallela alla banchina, a una trentina di centimetri da terra. Presi le cime preparate, feci un balzo e detti volta alle due bitte, sotto la gru del cantiere. Tornai a bordo e spensi il motore.

Non c’era ancora nessuno, scesi sottocoperta e preparai il secondo caffè del giorno.

Alle 09.40 finalmente il meccanico imbarcò. Dopo un breve saluto, si infilò in sala macchine e iniziò l’ispezione del motore. Ne uscì dopo qualche minuto, con gli strumenti in mano e la diagnosi pronta: non funzionava il regolatore di carica, alternatore da cambiare.

In altre circostanze, altri contesti, forse altri tempi, avrei sentito lo sconforto salire come il caffè della mattina, ma da quando vivo in barca sono pronto a certe situazioni, le accolgo come vengono, e ormai non mi affliggono più di tanto. Ho cambiato prospettiva, approccio. E non solo per le cose di barca, anche per quelle di terra. In fondo non ero alla deriva in mezzo al mare, mi trovavo in un accogliete porto elbano, ben protetto, e con la soluzione pronta: avrei installato un nuovo alternatore, quello vecchio lo avrei fatto aggiustare e lo avrei tenuto a bordo in caso di emergenza.

Tutto abbastanza semplice. Ma ormai era venerdì 29 maggio 2026.

La Rotta verso Sud

Quando ho lasciato Livorno, mettendo la prua verso sud, la rotta era definita ormai da qualche giorno.

Avevo consultato le carte e mi ero studiato i portolani, sia della penisola che di Sicilia e Sardegna, per decidere quale fosse il percorso migliore, con le relative tappe.

Ad una prima occhiata della mappa sembrava ovvio scendere lungo l’Italia, arrivare allo Stretto di Messina, da lì scivolare nell’imbuto fino a Capo Passero, scapolarlo, e risalire un po’, seguendo la costa fino ad arrivare nell’ accogliente marina di Scoglitti. Sembrava ovvio, ma l’ovvio non è sempre la migliore soluzione.

La rotta Livorno-Elba, per poi lanciarmi dritto su Messina non volevo prenderla in considerazione: farmi giorni di altura in solitaria, con un meteo poco prevedibile, non mi sembrava una buona idea. Mi piace navigare di notte, ma quando la stanchezza prende il sopravvento, preferisco l’Oceano coi suoi infiniti spazi e le sue previsioni stabili, che la suscettibilità del Mar Tirreno, specialmente in questa “stagione di mezzo” che ancora si capisce poco.

L’alternativa era senza dubbio molto allettante: puntare sulla Corsica e cominciare a scendere, per poi seguire tutto il profilo Est della Sardegna fino a Villasimius. Da lì, con un balzo di circa 160Nm (un paio di giorni d’altura), puntare su Marsala o le Egadi per giungere in terra sicula. La costa Sud-Occidentale siciliana mi avrebbe accompagnato per l’ultima tratta, dandomi un assaggio delle sue meraviglie tutte da scoprire.

La distanza in miglia nautiche era praticamente uguale, oltretutto così mi sarei evitato lo Stretto, che qualche volta può essere davvero impegnativo. Oddio, le Bocche di Bonifacio non sono proprio una passeggiata, con un Maestrale vigoroso, ma prima di arrivarci ci sono molti punti dove proteggersi, in attesa delle condizioni favorevoli. Nell’altro caso sarei stato obbligato ad uno scalo a Tropea, l’unico porto praticabile prima dello Stretto; rimaneva però l’incognita della corrente, del traffico e dei famosi Scilla e Cariddi a darmi il benvenuto. Forse due giorni di mare per attraversare il Canale di Sardegna non erano una scelta troppo insensata. Decisi così.

La rotta “di massima”, per avere modo di fare miglia e soste di riposo, prevedeva: Livorno-Fetovaia, Fetovaia-Pinarellu, Pinarellu-San Teodoro, San Teodoro-Cala Gonone, Cala Gonone-Villasimius, Villasimius-Marsala, Marsala-Sciacca, Sciacca-Scoglitti. Come sa bene chi va per mare, una cosa è programmare, un’altra è riuscire a rispettare tutto nei minimi dettagli. In caso di imprevisti o necessità, lungo tutto il percorso avevo quindi studiato un piano B e un piano “a sentimento”. Di solito alla fine seguo sempre quest’ultimo, volente o nolente.

Giovedì 28 maggio 2026, ore 06.35: mollo gli ormeggi.

Dopo un’ora di slalom tra immobili pachidermi alla fonda ancora avvolti dal sonno, riesco a mettermi in rotta: 191°, alla via così.

Accompagnato da un bel sole caldo in un cielo limpido, era decisamente una piacevole giornata, con un venticello leggero di poppa che faceva molleggiare la randa e il genoa, dando comunque una mano a Ben (il motore) nel suo lavoro: a 1600 rpm ci spingeva sui 5,5 con punte fino a 6 nodi.

Un’onda con intervalli regolari, ben distesa, di mezzo metro circa, ci seguiva al giardinetto, accarezzando lo scafo ad ogni abbattuta, e incrociando la scia che Jennifer si lasciava dietro come un filo d’Arianna a tenerla ancora alla costa livornese, prima di fondersi nuovamente al mare.

Era davvero un buon inizio. Se queste erano le premesse, forse avrei potuto rispettare i tempi previsti: sette giorni di viaggio.

Forse, appunto.

Riprendiamo il viaggio

Ed eccoci nuovamente qui, dopo cinque anni trascorsi mollemente con un piede sulla terraferma.

Dal mio ritorno in Italia ho incrociato esperienze, molti sorrisi e qualche dolore. Tante nuove amicizie adesso mi fanno compagnia nel libro sacro dei ricordi, e il tempo tutto sommato è stato benevolo, tra alti e bassi. Adesso però è giunto il momento di mollare nuovamente gli ormeggi, e tornare a navigare. Continua a leggere