giornalista, fotoreporter, navigante, libero pensatore
 

Notturno al profumo di salmastro

Ore 01:32. Le lancette disegnano il tempo con un cerchio perfetto.

A quest’ora immaginavo di essere già chissà su quali spiagge immacolate, disteso a contemplare pennellate di azzurro chiaro sullo sfondo denso del tramonto.

Magari in battaglia, vestito di lamiera rugginosa a fronteggiare un drago sputafuoco.

Forse a camminare nel bosco, contando i battiti del cuore che ho al mio fianco, mentre guardo saltellare tra i cespugli la mia compagna di viaggio a quattro zampe.

Non sai mai cosa riserva la notte. Quando chiudi gli occhi si spegne il mondo e puoi essere chiunque e in ogni luogo, fino al sorgere del sole.

Stanotte no, o almeno non ancora.

Si è alzata, con lo sguardo un po’ smarrito ha biascicato qualcosa nell’aria, tirando dentro la punta della lingua secca dal sonno, si è stirata ben bene e poi mi si è piazzata accanto, guardandomi fisso con quegli occhi che ti scavano dentro come gocce d’acqua nella sabbia.

“Ok, ho capito, andiamo”. La coda si accende, guizzando in ogni direzione come fosse posseduta da una forza aliena. Come possa essere così “attivo” un cane di quindici anni che si è appena svegliato resterà per me un mistero al pari della fisica teorica.

Adoro passeggiare di notte, quando la penombra avvolge la realtà, quando l’udito distingue ogni singolo rumore e senti il suono dei tuoi passi. Quando sei solo, tu, la notte e il mare.

Vivere in barca ha un sapore antico, di quelli che senti sulla punta della lingua e risvegliano i ricordi. E’ un mondo di piccole cose, di tradizioni, di rituali. E’ un mondo di storie, di racconti sorseggiando rum al lume di candela. Di notti cullati dalle onde di risacca.

E’ anche un mondo di sacrifici, di problemi da risolvere ogni giorno, di adattamento, di rinunce.

Ma quando ti liberi di tutto ciò che non ti serve, di vecchie e nuove cose inutili, di pregiudizi e polvere sull’anima, senti di cosa realmente ha bisogno la tua essenza.

Quando lasci cadere anche l’ultimo strato di pelle che ti divide dalla tua natura e arrivi al nocciolo, sei lì, tu e la tua barca.

Vivere in mare è ritrovare il proprio spirito perduto, liberare dalla fuliggine la canna di un camino che finalmente prende aria, alimenta quella fiamma che torna a dare luce e a riscaldare.

Una bella passeggiata notturna al profumo di salmastro, seguendo le reti addormentate in attesa di antiche mani che le apriranno al mare, accompagnati dal suono del vento tra le sartie, e gabbiani ordinati in fila accanto ai pescherecci cullati dall’onda stanca di marea.

Civitavecchia, siamo onesti, non è un granché come città. Il porto però è diverso, anche se di quelli grandi, dove riposano enormi condomini galleggianti, barche da pesca, bastimenti e vele, di notte resta spoglio di tutta questa invadente umanità e lo spirito del mare lo fa suo.

L’assenza di luce sembra togliere il brutto dalle cose che il sole poi rende alla vista. Ma il fascino del mare, comunque sia, è qualcosa che vede l’anima, non gli occhi. E così anche qui diventa bello, intimo.

E’ tempo di rientrare, un’ora è già passata viaggiando con la mente tra racconti fantastici ed epiche avventure. Il mare fa sempre questo effetto quando lo respiro e lo trattengo nei polmoni. Mi si appiccica dentro e da lì parto, apro le vele e navigo oltre l’orizzonte.

Stanotte ci sarà un altro vento a gonfiare le mie vele e spingere la mia barca, il sonno è già passato e credo che ci vorrà ancora molto prima della prossima fermata.

Non c’è neanche un goccio di rum nella cambusa, già per questo scivolerei da comandante a mozzo in un solo giro di timone. Mi devo accontentare di un’altra sigaretta prima di attraversare questa notte.

Mi guardo intorno, nella penombra familiare di questo spazio dove la mente non ha confini, preparo il caffè e mi appresto ad affrontare questo viaggio di parole fino all’alba mentre Maya, soddisfatta, mi si addormenta tra le gambe.

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